domenica 18 luglio 2010

Il Gioco dell'Angelo - Carlos Ruiz Zafòn

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Dall’autore de “L’ombra del Vento” un altro romanzo dalle atmosfere profondamente noir, anche se si svolge a Barcellona.
La Barcellona cupa e fumosa degli anni Venti, dove un talentuoso giovane scrittore si misura con forze e personaggi più grandi di lui.
La sua ingenuità e profonda fede nel genere umano, lo porta a vivere un’avventura che gli sconvolgerà la vita e, forse, la mente.
Anche se la fine non mi ha convinto del tutto (fine che sarà poi l’inizio de L’Ombra del Vento), la scrittura è magistrale, bellissima, evocativa e scorrevole; il libro si legge tutto d’un fiato, sperando in un finale che riscatti sia il protagonista che il mondo intero, in mezzo ad intrecci che sono parte fantasia, parte pazzìa e parte mistero sovrannaturale.
Quello che mi è piaciuto di più è il protagonista, Daniel ed il suo rapporto con la giovanissima assistente, Isabella. I loro battibecchi valgono tutto il libro, schermaglie amorose fra menti brillantissime, che fanno ridere ma con tanto amaro in bocca.
Un libro bellissimo, da leggere prima de L’Ombra del Vento che, secondo me (sarà per il finale, ma) resta inarrivabile.


«Ci mette sempre tanto a fare colazione? Non che mi riguardi, è chiaro, ma visto che ero qui ad aspettare da quasi tre quarti d'ora ho cominciato a preoccuparmi, cioè, non sarà che gli è andato qualcosa di traverso, per una volta che incontro uno scrittore in carne e ossa, con la mia fortuna non sarebbe strano se un'oliva gli va di traverso, e lì finisce la mia carriera letteraria» mitragliò la ragazza. Mi fermai a metà della scala e la guardai con l'espressione più ostile che riuscii a trovare.
«Isabella, se vogliamo far funzionare le cose tra di noi, dovremo stabilire una serie di regole. La prima è che le domande le faccio io e tu ti limiti a rispondere. Quando non ci sono domande da parte mia, da te non verranno né risposte né discorsi spontanei. La seconda regola è che io, per fare colazione o merenda o per guardare le ragnatele, ci metto tutto il tempo che mi gira, e questo non costituisce oggetto di dibattito.»
«Non volevo offenderla. So che una digestione lenta aiuta l'ispirazione.»
«La terza regola è che il sarcasmo non lo tollero prima di mezzogiorno. D'accordo?»
«Sì, signor Martín.»
«La quarta è che non devi chiamarmi signor Martín nemmeno il giorno del mio funerale. A te sembrerò un fossile, ma a me piace credere di essere ancora giovane. Anzi, lo sono e basta.»
«Come devo chiamarla?»
«Per nome: David.»
La ragazza annuì. Aprii la porta di casa e le feci cenno di entrare. Isabella esitò un istante e s'infilò dentro con un saltino.
«Io credo che lei abbia ancora un aspetto abbastanza giovanile per la sua età, David.»
La guardai, attonito.
«Quanti anni credi che abbia?»
Isabella mi squadrò dalla testa ai piedi, valutando.
«Più o meno una trentina? Ma ben portati, eh?»
«Fammi il favore di stare zitta e di preparare una caffettiera con quell'intruglio che hai portato.»
«Dov'è la cucina?»
«Cercatela.»
Bevemmo quel delizioso caffè colombiano seduti in salotto. Isabella reggeva il suo tazzone e mi guardava di sottecchi mentre leggevo le venti pagine che mi aveva portato. Ogni volta che giravo una pagina e alzavo gli occhi mi imbattevo nel suo sguardo pieno di aspettative.
«Se resti lì a guardarmi come una civetta, ci vorrà un sacco di tempo.»
«Cosa vuole che faccia?»
«Non volevi diventare la mia assistente? E allora assistimi. Cerca qualcosa che ha bisogno di essere messo in ordine e mettilo in ordine, per esempio.»
«Dammela portandomi un'altra tazza di caffè.»
«Perché? Il racconto le fa venire sonno?»
«Che ore sono, Isabella?»
«Devono essere le dieci.»
«E questo vuol dire?»
«Niente sarcasmo fino a mezzogiorno» replicò lei.
Sorrisi trionfante e le tesi la tazza vuota. La prese e partì verso la cucina.

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